A rovinare un tramonto ci vuole un attimo

L’automobile scorre sulla strada deserta mentre la radio gracchia parole incomprensibili e il sole si nasconde e riappare tra le vette dei monti.

Le giornate si fanno più corte e gli occhi dolgono nel passare dal giorno all’imbrunire.

Il cartello del prossimo autogrill appare inatteso dietro l’ennesima curva, un chilometro, era certo che non sarebbe stato prima di altri trentacinque, così gli sembra di ricordare.

La rampa d’accesso è in salita, il fogliame si chiude sopra la sua testa e fa sparire quella poca luce che resta del giorno, il piazzale del parcheggio è quasi vuoto.

Si sgranchisce le gambe, ha percorso duecento chilometri senza fermarsi, aveva voglia di vedere il mare al tramonto, ormai sa che non arriverà in tempo, troppi chilometri ancora, è stanco, ha voglia di bere un cappuccino e andare in bagno a rinfrescarsi.

Apre la porta, il vetro scuro nasconde la vista dell’interno; appena dentro si rende conto che è più buio dell’antro di una grotta.

Si avvicina ai vetri per vedere le auto che transitano sotto i suoi piedi, uno spettacolo che l’ha sempre affascinato, i veicoli sfrecciano veloci in entrambi i sensi, anche se il traffico è quasi inesistente.

La musica diffusa nell’aria ha qualcosa di sinistro, si dice mentre asseconda un brivido lungo la schiena.

I pochi avventori si trovano dall’altra parte del lungo e stretto salone. Più avanti c’è il bar, dove un’affaccendata e bassa donna pulisce la macchina del caffè, dando le spalle al bancone vuoto.

Ordina un cappuccino tiepido con cacao, la donna senza girarsi fa un cenno d’assenso con il capo, l’uomo passa oltre e si dirige verso i bagni facendo lo slalom tra i tavolini dove annoiati automobilisti e camionisti sorseggiano birre e caffè senza scambiarsi una parola.

Bel posto mi sono scelto, si dice mentre entra nella toilette. Dopo essersi lavato le mani si bagna il viso, il collo e passa una mano rapida sui capelli. Sente di star già meglio.

Riaffacciatosi nel lungo salone vede gli ultimi clienti andarsene.

La donna è sempre di spalle, sta scaldando il latte, versa nel caffè qualcosa che potrebbe essere cannella, mette in cucchiaino di zucchero e mescola. Il latte, prima la parte liquida poi la schiuma, infine una spolverata di cacao. Tutto con estrema rapidità, come se avesse quattro mani. Si gira con una grazia inaspettata, poggia la tazza sul bancone e sorride mostrando orgogliosa un dente nero e splendidi baffi su un muso affilato.

L’uomo ricambia il sorriso, più per sbigottimento che per altro.

– Siamo soli, esordisce lei.
– In che senso?
– Nel mondo, ma anche qui.
– Non c’è nessuno che l’aiuti in questo locale?
– Non è questo.
– Non ha paura?
– Paura io?

In effetti non sembra una donna che possa aver paura di qualcuno o qualcosa.

L’uomo prende la tazza con entrambe le mani, prova un freddo innaturale, si avvicina alla grande vetrata, preferisce vedere le auto passare che star lì a fare discorsi con quella specie di Strige.

Non pensiamoci più, si dice mentre le pesanti tapparelle chiudono i vetri e la porta d’ingresso e le luci iniziano a baluginare.

Si gira e la vede trasformata, un becco lungo, due paia di ali con piume rosso porpora, quattro zampe ad artiglio, nere come il carbone. Occhi gialli e tondi, senza pupilla.

La sua risata disumana riempie l’aria, una risata che non promette nulla di buono.

by Sthepezz

@Conte27513375

 

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